Abbiamo provato Jump Force

Manga Royal Rumble

Hands on di Francesco Dovis

Chiamatela Battle Royale, chiamatela Royale Rumble, ma la rissa di gruppo è sempre molto spettacolare e capace di attirare l’attenzione del pubblico, se poi aggiungiamo anche personaggi tratti da serie famose, ecco la ciliegina sulla torta. Jump Force si presenta in questa maniera, come un enorme contenitore di protagonisti dei manga più famosi che sono stati pubblicati sulla rivista nipponica Shonen Jump, andando a pescare dagli ormai classici eroi di Dragon Ball, One Piece e Naruto, a quelli di Bleach, Yu-Gi Ho, HunterXHunter e via dicendo.

Dovendosi rivolgere ad un’utenza altrettanto eterogenea quanto quella delle serie che raccoglie, la giocabilità è stata impostata all’insegna dell’immediatezza, pertanto non bisogna aspettarsi un picchiaduro tecnico e complesso. Jump Force invece sfrutta la formula tipica di molti giochi su licenza, ovvero quella del brawler , con dei comandi estremamente semplificati e poche meccaniche da imparare. A differenza del recente esperimento di Dragon Ball FighterZ, questo titolo invece punta su di un’esperienza ludica molto semplice, a tratti addirittura sottile in termini di giocabilità, ma non per questo sgradevole.
I lottatori infatti si sfidano lungo delle arene tridimensionali senza rivolgere necessariamente la telecamera verso l’avversario e trovandosi liberi di spostarsi in lungo e in largo a piacere. La mobilità diventa quindi un aspetto centrale, per  smuovere il centro della battaglia verso ogni angolo della mappa.
Il parco mosse si snoda su di un’esecuzione talmente semplice da non aver bisogno di semplificazioni. Uno o due tasti associati ad una pressione direzionale garantiscono la piena padronanza delle tecniche più letali, alternate alle combo semplici, che invece passano da una elementare ripetizione di pulsanti.
Jump Force insomma è volutamente progettato per l’immediatezza, per le partite sul divano di casa tra amici e compagni di scuola, senza richiedere la spiegazione di regole particolari prima di poter saltare direttamente al gioco vero e proprio. Il volersi smarcare dal genere picchiaduristico classico non è per forza un difetto dato l’approccio spensierato e la fascia di utenza giovane a cui vuole proporsi. Il titolo di Spike Chunsoft è fanservice puro, insomma.

L’apprezzamento dei personaggi è infatti il requisito principale che gli sviluppatori hanno presupposto, pescando i nomi più illustri che hanno popolato fumetti e cartoni nipponici degli ultimi venti anni e trasportandoli in battaglie tre contro tre.
La peculiarità però è che ogni squadra condivide una singola barra di vita, azzerata la quale non si procede all’ingresso dei panchinari, ma si incorre direttamente nella sconfitta. Una scelta curiosa, che rende le partite più veloci del normale, senza preoccuparsi troppo di chi schierare per primo o per ultimo.
Pad alla mano la giocabilità ricorda molto gli ultimi giochi 3D legati a Dragon Ball, ma spostando l’enfasi sulla battaglia terreste, per ovvie ragioni legate alla grande difformità dei lottatori coinvolti (il volo difatti è prerogativa dei personaggi creati da Toriyama, ma non conciliabile con Naruto, Rufy e altri).
Tuttavia c’è qualche piccola idea mutuata dai picchiaduro di ultima generazione e riguarda una meccanica di rimonta legata ad una barra secondaria, che si carica dopo aver subito molti attacchi. Raggiunto il massimo è possibile attivare un potenziamento speciale che conferisce dei vantaggi per riguadagnare terreno, peraltro ben costruito per risultare calzante con il tema di ciascun combattente. Goku ad esempio si può trasformare in Super Sayan, mentre Pegasus indossa l’armatura da cavaliere d’oro.

Quanto all’aspetto tecnico, la grafica utilizza uno stile tridimensionale molto “realistico”, con una colorazione fatta di tinte sature e acide ed effetti di illuminazione brillanti. L’effetto generale è quindi ben distante dall’aspetto cartonesco disegnato a mano che si associa alle produzioni animate originali, tuttavia segna un passo avanti rispetto produzioni come i due Xenoverse, dove il filtro cel shading era applicato in modo talmente grezzo da risultare brutto e non aiutava a nascondere una cosmesi poligonale davvero scarna. Al netto di un aspetto che può sembrare “gommoso”, sulle prime, il risultato generale però non è malvagio e i personaggi presentano un buon numero di dettagli, così come le arene in cui si scontrano, che sono ben lontane da essere dei contenitori di texture vuote, come visto in passato. La scelta stilistica può quindi dividere l’apprezzamento personale, tuttavia denota una cura superiore alla media delle produzioni analoghe precedenti.

Lascia un commento