Captain Marvel – Ascesa di un’eroina

Mettendosi alle spalle le molte polemiche, la Carol Danvers di Brie Larson arriva finalmente al cinema con Captain Marvel. Noi l'abbiamo visto in anteprima e siamo pronti a parlarvene nella nostra recensione!

Cinema & Serie TV di Simone Di Gregorio

In un momento di attesa concreta e spasmodica per Avengers: Endgame, si potrebbe facilmente cadere nell’errore banale e disarmante di considerare Captain Marvel una mera introduzione del film suddetto, privando con pregiudizio la pellicola di un’identità autonoma e tarpando le ali alle soluzioni più sovversive e brillanti del nuovo film Marvel. La verità – come spesso accade – sta nel mezzo, perché se è vero che da una parte Captain Marvel difatti mette le basi per alcuni avvenimenti della prossima epopea dei Vendicatori, dall’altra rende esplicita una forma propria dai contorni ben delineati, in grado di dimostrare ancora una volta il talento delle produzioni Marvel nel coniugare finzione e realtà sociale in unico amalgama (come già visto in Black Panther, del resto).

L’ esplosività (anche letteralmente intesa) di Carol Danvers – eroina qui interpretata da Brie Larson – è figura di una dissoluzione costante di ogni stereotipo e convenzione di genere, allargando la prospettiva dalla singola portata femminile ad un messaggio politematico che non pone barriere, ma le abbatte. Captain Marvel nasconde insomma – dietro una debole patina di sempreverde ironia – una direzione che di sicuro sorprenderà molti, a partire da coloro che prevenuti ne hanno criticato la natura fin dal primo annuncio.

In ogni caso, prima di procedere con la nostra approfondita recensione, vi ricordiamo che Captain Marvel arriva nelle sale italiane mercoledì 6 marzo; se siete curiosi di scoprire cosa ne pensiamo nel dettaglio, non vi resta che continuare nella lettura!

Captain Marvel superpowers

Priva di qualsiasi ricordo e addestrata sul pianeta Hala alle più fini arti del combattimento, Vers è una guerriera della Starforce, un gruppo di soldati d’élite Kree (una razza aliena N.d.R.) guidati da Yon-Rogg (Jude Law) e comandati dalla Suprema Intelligenza (l’intelligenza artificiale al vertice della società Kree). Dotata di poteri straordinari che le permettono di controllare un’energia pressoché sconfinata, Vers è impegnata assieme alla sua squadra in una interminabile guerra contro i dissimulatori Skrull, esseri perfettamente mutaforma che da tempo minacciano Hala e il suo impero. Per una serie di situazioni che non vi anticiperemo la donna arriva infine sulla Terra, dove fa immediatamente conoscenza dello Shield e dell’agente Nick Fury, allora ben lontano dallo spettro cinico costruito nel tempo.

Captain Marvel parte dal piano dello straordinario per poi arrivare all’onerosa consapevolezza di una natura umana

Prendendo il via da queste premesse e sviluppando una origin story in contropiede rispetto a quanto per convenzione fatto in passato, Captain Marvel parte dal piano dello straordinario per poi arrivare solo in seguito all’onerosa consapevolezza di una natura umana, attraverso un percorso di riscoperta di sé che porterà Vers a riconoscersi nel suo travagliato passato, in ciò che era e – dunque – in Carol Denvers. La caratterizzazione di Carol e la sua evoluzione – sebbene accelerata per essere condensata all’interno delle forse esigue due ore – rende giusto merito ad un personaggio che in fin dei conti porta sulle spalle una femminilità fieramente anticonvenzionale, un approccio che non deve e non vuole rispondere ad aspettative e stereotipi altrui e al contrario ne irride gli elementi contraddittori e ipocriti. A pensarci bene, Captain Marvel non si staglia come un film femminista; il suo messaggio, tale da fare ergere l’eroina a “modello”, è uno e semplice: non bisogna vergognarsi di ciò che si è, delle proprie debolezze e vulnerabilità, all’opposto, la diversità è forza.

Un’ottima e molto più espressiva del solito Brie Larson accompagna con un’ottima interpretazione uno sviluppo quindi in assoluto stratificato e non banale, abile nell’edificare un nuovo tipo di eroina che finisce per asfaltare la tutto sommato debole struttura della Wonder Woman di casa DC. Ad affiancare Carol Danvers troviamo – come accennato prima – un novello Nick Fury (qui ancora provvisto di entrambi gli occhi) che, pure per merito dell’istrionico Samuel L. Jackson, intesse un rapporto credibile con la protagonista, tanto sciolto e naturale da generare quasi situazioni da buddy movie in una tela di eventi da cinecomic.

Brie Larson Samuel L. Jackson

Passando invece alla sponda dei nemici, il Talos di Ben Mendelsohn ci è parso uno delle nemesi maggiormente sfaccettate dell’universo Marvel, dato anche il suo essere protagonista di diversi nodi fondamentali dell’apprezzabile sceneggiatura. La razza degli Skrull, inoltre, dà il via a tutta una serie di equivoci e momenti di tensione che giovano percettibilmente al ritmo della prima parte del film, aiutandone il decollo; l’ormai celeberrima sequenza del “pestaggio della vecchietta” è esempio emblematico dell’efficacia cinematografica del concept.

Il setting è un inno esplicito alla cultura degli anni ’90, costantemente alimentato da una valanga di riferimenti pop

Nonostante dunque la portata galattica dello scontro tra Skrull e Kree, se si escludono i primi venti minuti sull’avveniristica Hala e su un desertico pianeta confinante, il film – per idiosincrasia – si svolge interamente sulla Terra, circa vent’anni prima degli eventi narrati nel primo Iron Man. Il setting che ne scaturisce è un inno esplicito alla cultura degli anni ’90, costantemente alimentato dall’ormai consueta valanga di riferimenti pop più o meno specifici, tra cinema, musica e videogiochi. Nel tentativo di rispettare la (spesso abusata) formula di Guardiani della Galassia, il film lega l’aspetto nostalgico ad un’ironia in formato comedy piuttosto incostante nell’effettiva riuscita nel contesto complessivo. Come purtroppo accaduto in alcuni frangenti di altre produzioni Disney, la battuta divertita si accosta in alcuni casi a veri e propri climax drammatici, derubricando azioni topiche a meri strumenti di intreccio narrativo. Tuttavia, la risata risulta per la maggior parte funzionale all’atmosfera del film nella seconda metà, grazie in particolare ad alcuni stravolgimenti di punto di vista ed all’elaborazione di contesti paradossali e strampalati, con riferimento in primis al gatto Goose.

Nel corso di due ore che potremmo definire quantomeno eccentriche, non mancano nemmeno chicche di fan service per gli spettatori fedeli al franchise Marvel, confezionate alla perfezione tra accenni diretti, colpi di scena e ritorni in grande spolvero, tra i quali spicca su tutti quello di Clark Cregg nei panni del mai troppo amato Phil Coulson, ad oggi relegato nella serie TV di ABC Agents of Shield.

Talos Skrull

Prima di concludere, occorre spendere qualche doverosa parola sul molto problematico versante tecnico del film. Le sequenze d’azione vengono presentate confuse e complesse da seguire, risultato di una regia (di Anna Boden e Ryan Fleck) e di un montaggio sempre in affanno nel gestire il ritmo dei combattimenti ed i frequenti cambi di inquadratura, a tratti completamente illeggibili. La coreografia scialba e poco elaborata degli scontri conclude l’opera di messa in scena, i cui difetti sono resi persino più evidenti dagli enormi poteri di Captain Marvel, i quali contribuiscono nella loro sconvolgente magnitudine ad una direzione fin troppo schizofrenica. Nelle fasi drammatiche o di progressione dell’intreccio la regia si limita comunque a fare il compitino, senza mai brillare per soluzioni virtuose o degne di nota, come invece fatto egregiamente in Infinity War (si pensi a Thanos su Vormir alla ricerca della Gemma dell’Anima).

In conclusione, Captain Marvel è un’ottima origin story con una grande Brie Larson, in grado di stagliare la figura di un’eroina il cui modello va ben oltre il femminismo e, anzi, diventa simbolo del superamento di ogni stereotipo e dell’accettazione di sé stessi. La costruzione di un fan service ironico ed intelligente funziona per gran parte della pellicola, inciampando invece su almeno un paio di situazioni dove l’elemento comedy a là Thor Ragnarok rischia di rovinare la sensibilità del racconto e la sua progressione climatica. Regia e montaggio – specie nelle fasi d’azione – sono da bocciare tout court, convulsi e schizofrenici nell’imbrigliare attraverso la macchina da presa gli sconfinati poteri della protagonista. Prima di terminare, inutile avvertirvi della presenza di ben due scene dopo i titoli di coda; Avengers: Endgame è ormai alle porte, comincia il conto alla rovescia.

 

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