Retrospettiva: Enslaved: Odyssey to the West

Retrogaming di Giorgio Livraghi

Una coinvolgente avventura rimodellata sugli schemi del celebre classico della letteratura cinese Viaggio in occidente* in un setting post-apocalittico.

Il titolo si fa apprezzare fin da subito con sezioni spettacolari, caratterizzate da un netto taglio cinematografico, può vantare un ricco comparto tecnico, supportato da ottime animazioni grazie al superbo utilizzo del motion capture, già sperimentato dai creatori con buoni risultati in Heavenly Sword.

Il gameplay action è semplice ed efficace, ma poco vario e legato all’utilizzo del bastone estensibile nei combattimenti corpo a corpo e a distanza. Dei primi è bene ricordare il feeling realistico dell’impatto contro le rigide ferraglie dei nemici. Un po’ di stacco è offerto dalle poche sessioni di inseguimento o esplorazione in sella alla nuvola gravitazionale. Le fasi platform fanno solamente da contorno e non offrono alcunché di veramente memorabile.

La storia è interamente basata sull’evoluzione del rapporto tra Monkey e Trip, che distaccandosi dalle più classiche love story, cresce capitolo dopo capitolo. Da una parte il fortissimo e solitario combattente e dall’altra l’attraente, tecnologica, attraente e abile ragazza. Il loro cammino è stato inoltre definito da molti come uno dei più romantici all’interno del panorama videoludico.

Insieme per sfuggire alla minaccia dei Mech: pericolosi robot programmati per portare a termine l’eliminazione della razza umana, ormai quasi definitivamente estinta.
Proprio per questo motivo i veri personaggi dell’avventura si possono contare sulle dita di una mano; si sarebbe potuto tranquillamente ritagliare il giusto spazio per ulteriori eroi superstiti senza forzare la trama. D’altra parte ciò rafforza il senso di desolazione e rovina alla base di tutto.

Il titolo regalava uno dei migliori impatti visivi dei suoi anni per il dettaglio dei protagonisti e l’ispirato design di Mech e boss, oltre al fascino dei verdi e vasti paesaggi decadenti, impreziositi da curati effetti di luce e particellari.

Essendo tuttora veramente apprezzabile a 720p, il gioco che uscì in origine su PlayStation 3 e Xbox 360 presenta dei forti cali di frame rate. Fa ulteriore fatica sulla console di Sony per via del marcato tearing dovuto all’assenza di sincronia verticale. Tempi difficili quelli dell’ardua ottimizzazione del CELL**.

L’esperienza offre anche un minimo di rigiocabilità impegnandoci nella ricerca di collezionabili, come maschere di luce e tecnosfere. Proprio queste ultime mi hanno impegnato giorni per raggiungere il tanto agognato trofeo platino a sette  anni dall’inizio del viaggio.

In definitiva Ensalved: Odyssey to the West fu uno dei titoli più interessanti del 2010, grazie ad esso Ninja Theory si confermò dopo il già ottimo Heavenly Sword, come una delle migliori software house in quanto a potenzialità registiche e tecniche, senza rivoluzionare nulla, ma lasciando un proprio chiaro segno.

Inizialmente era previsto un seguito dell’opera, ma le vendite sotto le aspettative*** del primo capitolo impedirono al team di portare avanti il progetto. Resiste tuttavia una flebile speranza, in me e in pochi altri fan memori, per un degno sequel di questa riuscita avventura.

Per chi non lo sapesse il gioco è sbarcato anche su Steam dove chiaramente offre un’esperienza visiva ancora migliore  a un prezzo contenuto.

*La stessa fonte di ispirazione di Dragon Ball.

**La storica e discussa CPU di PlayStation 3, tanto potente quanto difficile da gestire.

***A un anno dall’uscita il gioco aveva venduto solamente 750.000 copie.

Ci sono 5 commenti

Lukyno18

Che gran bel gioco che era.. peccato non abbia avuto successo

S17S

Io continuo a pensare che loro siano molto bravi a creare grandi storie, atmosfere e personaggi ma deficitino dal punto di vista del gameplay. Sensazione che ho pensando anche a heavenly sword e hellblade. Il gioco lo ricordo piacevolmente ma non lo ritengo un must have.

    Geko

    Davvero un peccato per i vari gameplay, apparsi a sprazzi un po’ ingessati. Tuttavia le storie e le ambientazioni erano così curate che facevano sorvolare sugli aspetti più deboli.

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