Grand Theft Auto Brianza: violenza e videogiochi

Quando fai il bullo ispirandoti a GTA sappi che Mario Puzo e Stanley Kubrick si stanno rivoltando nella tomba.

Editoriale di Roberto Turrini

Ho perso il conto e sta venendo meno anche l’interesse, un po’ come quando i polpastrelli della mano perdono sensibilità se suono la chitarra con la costanza necessaria: ogni azione violenta che viene ripresa dalla stampa generalista porta con sé brevi e inconcludenti trafiletti di cronaca in cui non manca mai – mai – un accenno a qualche videogioco. In questi anni ne abbiamo scritto tutti, su ogni portale che parla di questo medium. Da Tom’s Hardware a Eurogamer.it, passando per The Games Machine, IGN Italia e… ma la realtà è che in questo nostro bar dello sport (Stefano Benni, 1976) viviamo in una bolla isolata: ce la suoniamo e ce la cantiamo in solitaria quasi sempre.

È corretto demonizzare il medium associandolo alla cronaca senza proporre analisi degli eventi più allargate? No.

Proviamo allora a cambiare punto di vista, partendo dall’inizio: i videogiochi sono violenti? La risposta è inequivocabile: sì. Non tutti, ma alcuni lo sono molto. Questa violenza interattiva, magari fatta di pestaggi, prostituzione o atteggiamenti mafiosi, è sufficiente a generare una distorsione della realtà in menti giovani e acerbe tanto da condurle sulla cattiva strada? Sì, in alcuni casi può esserlo. Gli adolescenti – e lo siamo stati anche noi – hanno il vizio di farsi influenzare da qualsiasi cosa, che sia una band musicale, un programma televisivo o un fumetto: perché un videogioco dovrebbe sottrarsi a questa logica? È corretto, allora, demonizzare il medium associandolo alla cronaca senza citare fonti o proporre analisi degli eventi più allargate, magari anche solo accennando al contesto sociale in cui avvengono i fatti? No.

violenza nei videogiochi
Un ritratto della Madonna in Spec Ops: The Line. Sobrio quasi come La Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci…

Il punto della questione è tutto qui e ne avevo già parlato su Gameplay Cafè a proposito della decisione dell”OMS di riconoscere la dipendenza dai videogiochi come una patologia. Negare che un GTA possa fare del male a qualche giovanotto senza orizzonte è un atteggiamento miope, forse dettato dal fatto che a nessuno di noi – sulla strada dei quarant’anni – verrebbe in mente di bullizzare un quartiere ispirandosi alle azioni di un Trevor a caso… voglio dire: Mario Puzo per il suo Il padrino (1969) ha scritto una sceneggiatura migliore e se proprio dovessi imitare qualcuno perché non vestirmi di bianco per ripercorrere le gesta dell’Alexander DeLarge nell’Arancia Meccanica di Kubrick (1971)? Sui pacchetti di sigarette di monopolio dello Stato c’è scritto che il fumo uccide, ma è una certezza statistica che non impedisce ai quattordicenni di accendersi la prima per sentirsi adulti. E Beverly Hills 90210 ve lo ricordate? No perché io ero convinto che da lì a poco sarei andato a studiare in un campus pieno di belle ragazze in costume da bagno con cui avrei trascorso lunghi pomeriggi sulla spiaggia, ma quando mi sono trovato a pranzare nella mensa umida della Bicocca, circondato dal cemento e dalle gru, mi son chiesto se quella serie TV non mi avesse imbrogliato promettendomi un futuro che mai avrei vissuto.

violenza nei videogiochi
Stanley, dove sei quando avremmo bisogno di te?

Potrei continuare all’infinito, tra luoghi comuni, esagerazioni e parallelismi con qualsiasi altra evenienza occorsa negli anni della mia adolescenza, partendo dalla lettura di Lolita (Vladimir Nabokov, 1955) per arrivare finanche a I fiori del male di Baudelaire e alle speculazioni sull’assenzio che tutti – tutti – abbiamo fatto. La differenza la fa il contesto: dove siamo cresciuti, che genitori abbiamo avuto, quali compagnie abbiamo frequentato, se avevamo i soldi per comprarci la merenda o un barlume di speranza per il futuro. Indignarsi oggi – ancora oggi – perché qualcuno ha scritto che Grand Theft Auto istigherebbe alla violenza è un modo infantile e sbagliato di affrontare il problema, non diversamente dal citarlo a casaccio in un articolo di giornale instillando nei lettori paura e diffidenza nei confronti di tutti i videogiochi.

Indignarsi perché qualcuno ha scritto che Grand Theft Auto istigherebbe alla violenza è un modo infantile di affrontare il problema

L’acredine per quanto scritto sulla baby gang di Monza dovrebbe essere legata esclusivamente alla superficialità con cui viene ormai proposta questa associazione. Oh: può anche darsi che, nello specifico, questi ragazzi abbiano realmente preso spunto o si siano lasciati trasportare dal lavoro di Rockstar Games… d’altronde come potrei affermare il contrario vista l’assenza di fonti ufficiali nei tanti commenti letti a riguardo? Ormai succede ogni mese, tra chi si allena a Fortnite per prepararsi a fare una strage di musulmani e chi ha la passione per Modern Warfare 2 ma si presenta a un ritrovo di laburisti norvegesi e uccide decine di studenti in nome del suo essere un cattolico conservatore: davvero c’è ancora qualcuno che si scandalizza?

I giornalisti che oggi sono dedicati a queste notizie sono persone normali, sottopagate, senza alcuna spinta verso l’eccellenza; sono impiegati che non vedono l’ora di tornare a casa dalla famiglia per mangiare e guardarsi un episodio della loro serie TV preferita. Chi si aspetta da loro un approfondimento sensato sulla relazione tra videogiochi violenti e atti violenti? Chi pretende un’analisi del contesto familiare scritta ad hoc? Chi reclama una loro deontologia professionale lontana dalla logica del clickbait? Io no. Voi sì? Prima di rispondere o commentare anche solo il titolo, dato che molti lettori si fermano a quello, fatevi un giro sulla vostra bacheca di Facebook e verificate quanti meme portatori di stereotipi senza fondamento avete condiviso, quanti like avete regalato a “stati” inerenti la polemichetta da bagarre televisiva, quanti pensieri approssimati, senza preparazione, avete scritto sull’immigrazione o sull’aborto… perché siamo tutti capaci di alzare un indice contro qualcuno, ma solo pochi sanno guardarlo quando viene puntato verso di loro.

violenza nei videogiochi
Lolita, what else? Ah, sì: la galera.

Volete cambiare le cose? Bene: aprite il vostro client di posta e mandate una mail al direttore di quella testata lamentando l’ignoranza del giornalista di turno; citate fonti, mandategli articoli che smentiscono quanto scritto; fate nomi e cognomi di professionisti che hanno argomentato con dovizia di particolari quei fatti. Poi mettetela in “ignore” e smettetela di foraggiarne la pubblicità grazie agli accessi che gli garantireste continuando a condividerne i link: non cambierà nulla ma almeno ci avrete provato.

Ci sono 17 commenti

Lukyno18

Articolone, complimenti!

Jagiox

Il giornalismo di oggi è approssimativo in tutto. La maggior parte degli articoli viene scritta solo ed esclusivamente per vendere e fare più visualizzazioni.

Non credo che tutti i giornalisti di oggi non sappiano più fare il loro lavoro, semplicemente sono costretti dalla linea editoriale sempre più insulsa.

Figurarsi su un tema così complesso…

CastroStark

Roberto veramente un grande, grandissimo articolo. Sono soprautto d’accordo con questo passaggio:
“La differenza la fa il contesto: dove siamo cresciuti, che genitori abbiamo avuto, quali compagnie abbiamo frequentato, se avevamo i soldi per comprarci la merenda o un barlume di speranza per il futuro.”

Alla fine si può essere suggestionati da tutto, una canzone, un film, un libro ed un videogioco ma ciò che conta davvero è la tua esperienza vissuta e l’ambiente che ti circonda e che rappresenta il fattore (dell’insieme di fattori) determinante.

Sono anche veramente d’accordo sulla questione dei giornalisti e che sopratutto noi dovremmo farci sentire di più e magari anche “sensibilizzare” chi scrive sulle testate! Molto spesso siamo davvero noi i primi a postare o scrivere cretinate ed è anche giusto fare autocritica. Ma ciò lo si fa e lo si comprende con il tempo, crescendo e facendo esperienza.
Ancora complimenti!

    il Cinese

    Io credo davvero che tutti, prima o poi, avremmo potuto perderci. Trovare l’amico, la mamma o una professoressa capaci di farci tornare in noi è per certi versi una cosa sempre più rara, forse a causa di internet e della frammentazione – deterritorializzazione, meglio – della società di vicinato.

Moriet_Riberick

È un interessante punto di vista che condivido Roberto, anche se a volte l’accanimento col il quale si punta il dito quasi unicamente contro i videogiochi mi infastidisce. Nel senso che, a mio parere, anche un CSI che parla di uno stupratore seriale che uccide donne a sprangate trasmesso all’ora di cena può condizionare qualche folle a fare pazzie, ma il cattivo ricorrente è il videogioco e la violenza in esso contenuto. Ovviamente parlo a titolo personale. Buona serata. 😉

    il Cinese

    Infastidisce anche me. Ma CSI lo guardano tutti, compresa la signora di 70anni che guarda il telegiornale… figurati se un giornalista si mette a demonizzare una serie TV inimicandosi i pensionati!

Frida

Condivido pienamente tutta la tua disamina, devo dire tra le più mature ed esplicative del modo in cui ad oggi si strumentalizzano i videogiochi. Dal canto mio posso solo dire che se noi giocatori ci ostiniamo a voler per forza “elevare” il videogioco ad uno status diverso da quello che è in realtà, la situazione resterà invariata. Quando matureremo noi allora il videogame sarà trattato come gli altri media e non più così pesantemente strumentalizzato.

Dr_Venkman

Screditare i videogiochi e imputarli come causa scatenante di fenomeni di violenza è prova di superficialità e
di scarsa conoscenza della realtà. Descrivere la violenza è informazione, arte e cultura (ad es. Decapitazione di Oloferne, Caravaggio). C’è molta più violenza ne I Miserabili di V.Hugo e nelle opere di Omero che in GTA e God of War.

Vigil

Certo concordo sul fatto che alcuni VG sono violenti e che in certe persone possono dare il là per compiere crimini e credere che tutto ciò che si fa in un gioco si possa fare nella realtà. Però c’è da considerare che in TV già in mattinata trasmettono programmi da bollino rosso (che andrebbero visti da adulti ed in seconda serata) i quali possono creare disturbi a persone facilmente suggestionabili ,ma stranamente non dicono nulla. Poi anche i TG che all’ora di pranzo e cena trasmettono servizi di mutilazioni,guerre e morti possono creare disturbi ed anche qui non dicono nulla. Poi però quando succede qualcosa e dalle indagini si scopre che tizio giocava ad un VG “violento” tutti i “giornalisti” danno la colpa solo al VG in questione. Prima di tutto dovrebbero informare sul fatto che siamo bombardati di violenza h24 e che il solo VG non è l’unica causa scatenante della violenza, ma ci sono altri fattori anche citati nell’articolo e dagli utenti.

Oscar

Quando un articolo è scritto con tale acume, diventa superfluo (per me) commentare oltre. Si condivide ogni singola lettera e si rimane in silenzio, pensando a quando si potrà mai scrivere pezzi del genere.
Complimentoni, Roberto!

akmur

Bell’articolo, bravissimo

Ric.Ama

Articolo eccellente 😉

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