I remake sono il male? Final Fantasy VII come esempio

Riproporre un vecchio videogioco in versione rimasterizzata o remake è manna o inutile retaggio?

Editoriale di Francesco Pagano

Final Fantasy VII Remake su PlayStation 4 è solo l’ultimo dei tanti videogiochi che, scavalcando le generazioni incuranti del tempo che è passato, sono tornati in una veste aggiornata e riveduta. E ogni volta che viene scoperchiata la tomba di un antico generale della storia dei videogiochi si scatena la contesa. Da un lato ci sono i nostalgici che benedicono ogni ritorno di vecchia gloria della loro infanzia, dall’altro ci sono i futuristi che reputano questo pescare dal calderone dell’amarcord un inutile investimento di tempo e denaro. Due posizioni sulla bilancia che sono difficile equilibrare nella testa di ogni giocatore perché tutti desiderano una nuova IP o al nuovo capitolo, mentre alcuni inconsciamente guardano con l’occhio languido i loro primi amori videoludici.

Senza seguire le ragioni del cuore e cercando di essere più concreti e pragmatici, bisogna ammettere che il remake non è un male in senso assoluto, tuttavia dipende dai tempi, dai casi e dal tipo di sviluppo. Final Fantasy VII Remake è uno degli esempi positivi che si può individuare nell’industria contemporanea perché racchiude in sé alcune delle principali caratteristiche positive che la versione rifatta di un videogioco deve avere.

Cos’è un remake?

Prima di tutto è giusto chiarire bene cosa è un remake e in cosa esso differisce da remastered e reboot. Lo sappiamo tutti cosa sono, ma è meglio dare una rinfrescata a questi concetti.

Una remastered è una versione di un titolo che differisce dalla versione originale per un miglioramento delle texture e una leggera differenziazione della grafica. Raramente queste versioni mostrano modifiche sostanziali ai modelli, alla trama o al gameplay.

Final Fantasy VII Remake comparazione grafica

Ieri e oggi: Cloud a confronto. A voi i commenti.

Un remake ha come caratteristiche proprio alcune modifiche sostanziali ai modelli poligonali, un notevole miglioramento grafico generale e modifiche alla trama e/o al gameplay. In questo caso il videogioco è sviluppato da zero e non prende il codice originale, ma trae ispirazione dagli scenari presenti. I remake sono pezzi di storia dei videogiochi a portar via. Sono parti di passato riproposti ma con il vantaggio dell’attualizzazione che li adatta al mercato contemporaneo.

Un reboot invece prende il nome di un brand o di un gioco e/o le meccaniche di base per ricreare una nuova esperienza che fa da nuovo punto di partenza per il brand anche al livello di trama.

Il tempo giusto di un Remake

Il remake è l’occasione per superare i limiti tecnici del passato e recuperare vecchie idee

Il concetto di remake, come detto, crea un dibattito serrato non facile da sciogliere. Perché per molti i remake sono il male. In realtà sono due i fattori fondamentali che dovrebbero influire, a mio modo di vedere, sulla valutazione di remake “giusto” o sbagliato: il tempo e il gap tecnologico. Dal mio punto di vista esiste un tempo giusto affinché un gioco meriti di essere riproposto e che nella maggior parte dei casi è di almeno tre generazioni di distacco tra il gioco originale e la sua versione remake. Di solito questo lasso di tempo, circa quindici anni, permette di far crescere una nuova generazioni di giocatori che possano godersi titoli che hanno trascurato magari per PEGI o perché non possedevano una determinata console. Pensare che un remake sia soltanto per vecchi giocatori in cerca di amarcord è sbagliato. Perché è vero che far scattare la lacrimuccia dei ricordi aiuta a vendere il prodotto ai vecchi giocatori, ma è ovvio che il concetto stesso di remake va a braccetto con la storia di ogni arte, fatta di corsi e ricorsi storici, di desiderio di diffondere la conoscenza del passato. 

Resident Evil 2 Remake comparazione grafica
Anche Resident Evil 2 è un ottimo lavoro di remake.

Il tempo è necessario anche affinché la tecnologia faccia abbastanza passi avanti da permettere di tramutare vecchie opere in qualcosa di esteticamente più scenografico e contenutisticamente ampliato. Questo tipo d’impostazione dei remake è applicabile soprattutto con i titoli della prima epoca della terza dimensione. Il periodo storico che io definisco “gotico videoludico”. Un’epoca in cui, complici la palette di colori a disposizione, molti videogiochi avevano tonalità scure e materiche che andavano a comporre i primi tentativi di modellazione con risultati spigolosi e molto sfocati. Final Fantasy VII rappresenta un chiaro esempio di questa conversione proveniente dal “primo 3D”, profondamente riveduta e migliorata in molti aspetti ma non snaturata del tutto (come il Antonio “Tanzen” Fucito ha spiegato nella sua video-recensione delle prime venti  ore di gioco).

Remake come revival per nuovi capitoli

Ogni remake ha anche il pregio di rallentare il ritmo delle uscite nuove nel presente per dare tempo agli sviluppatori di creare i giochi senza avere i publisher pressanti nel dover riempire la lineup delle console, evitando di subissare il mercato di nuove IP. Nessuno compra tutti i remake, ci sono giocatori affezionati più a una saga piuttosto che a un’altra e quindi acquisteranno solo alcuni dei titoli riconvertiti e non tutti. Avere meno giochi da comprare vuol dire poter recuperare il backlog e i giochi che sono rimasti incompiuti nel catalogo personale e ottimizzare le proprie risorse.

Un remake deve superare gap tecnologici ma anche avere qualcosa da raccontare

Ovviamente uno dei motivi migliori perché un remake abbia senso di essere sviluppato è quello di preparare la strada a nuovi capitoli futuri. Avere la possibilità di rigiocare un vecchio capitolo per riesumare dalla memoria le vicende passate o le atmosfere di una saga è in effetti il migliore dei presupposti in vista di novità succose da proporre. Ovviamente un remake deve avere qualcosa da dire, una storia da raccontare, un universo o background da esporre nuovamente. Non basta essere vecchi e rugosi per essere considerati saggi e pieni di esperienze degne di essere condivise nuovamente con le nuove generazioni. Vanno raccontate grandi avventure, vanno esaltati i sensi grazie alla creatività passata.

Remastered bene solo se…

Discorso simile ma leggermente diverso va fatto per le remastered che sono molto meno facili da proporre in una maniera che non sia puramente commerciale. Perché una versione remaster è meno diversa dall’originale, meno alterata e in certi casi meno incisiva sul piano delle novità messe in mostra. I remaster sono ancor più vincolati alla propedeuticità di nuovi capitoli. A giustificare la creazione di una versione aggiornata di un videogioco è il suo peso specifico nella storia dell’industria rapportato ai limiti tecnologici che un prodotto rimasterizzato può superare.

Esempio pratico di questa, a mio modo di vedere, via virtuosa è Xenoblade Chronicles: Definitive Edition. L’originale su Wii, console non di certo all’avanguardia nella sua epoca in quanto a potenza di elaborazione, è considerato il miglior JRPG di quella generazione nonostante evidenti limiti tecnici che mostravano le loro pecche soprattutto nei personaggi. Per di più era un gioco con pensato per l’alta definizione e quindi privato di ulteriore valore estetico. Un gioco che ha segnato il business, al quale sono state tarpate un po’ le ali dalla console sulla quale è stato pubblicato ritorna. La profonda manovra di rimasterizzazione che pare sia avvenuta in Xeno rappresenta la maniera nella quale si spera vengano trattati tutti i giochi riportati nuovamente in luce con una rimasterizzazione.

Xenoblade Chronicles Definitive Edition comparazione grafica

I due videogiochi menzionati in questo articolo, Final Fantasy VII e Xenoblade Chronicles,  rappresentano al meglio la faccia buona dei remake e dei remasterse. Se rapportati con gli standard ai quali siamo abituati parrebbero essere prodotti al confine tra una categoria e l’altra. Il primo qualcuno lo considera quasi un reboot, il secondo per alcuni assomiglia più a un remake. Questa valutazione, imprecisa a mio modo di vedere, è figlia di alcuni prodotti poco ispirati che ci sono stati propinati in diverse occasioni e che hanno inculcato un’immagine diversa e aspettative più basse da questo genere di materiale.

Il remake non è un male assoluto, ma non può essere realizzato con troppa leggerezza e frettolosità. Riesumare un prodotto dal passato è un’atto d’amore verso un brand, ma anche verso quella fetta di pubblico che vuole riscoprire il passato che non ha vissuto. Il momento nostalgia del remake per i vecchi giocatori è solo una conseguenza che, è vero, stuzzica i collezionisti (e incrementa le vendite) ma non può di certo essere l’obiettivo principale di queste produzioni. Nei tempi adeguati e con la giusta distanza tecnologica a separare il remake dall’originale si deve ammettere che il mondo dei videogiochi ha bisogno di queste vecchie glorie per mantenere il contatto con la storia del settore e non lasciare che si dimentichino i passi importanti di questo medium.

Ci sono 2 commenti

Dando

Dopo aver provato Crash, CTR, Spyro, Medievil, RE2 posso dire che sono favorevole a questi remake. A differenza di un film in cui i fattori sono molto diversi, come per esempio il cambio di attori che nei videogiochi non c’è, il remake nel videogioco ci sta, sopratutto perchè la cosa che invecchia più velocemente, tolga la grafica, per me è il gameplay, esempio da poco ho giocato in quanto mi mancava Devil May Cry 3 e, ok bella la storia e tutto, però dopo un pò diventa di una pallosità allucinante, nonchè il 5 abbia migliorato questo aspetto però un pò ci ha provato.

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