I videogiochi di Guerra per addestrarsi

Usare i videogiochi per addestrarsi è una prassi ormai consolidata tra le Forze Armate di tutto il mondo

Speciale di Massimo Reina

I videogiochi sono ormai universalmente riconosciuti come una forma d’arte e d’intrattenimento, ma la loro funzione va spesso al di là del mero divertimento, trovando applicazione nei settori più disparati, dalla medicina, per aiutare per esempio i pazienti sottoposti a cure per la depressione, i disturbi da deficit di attenzione e iperattività o l’Alzheimer, fino a quello militare.

In questo ramo specifico, i campi di applicazione  sono diversi, ma in particolare si focalizzano sul supporto all’assistenza dei soldati di ritorno dal fronte, vittime di attacchi di panico o colpiti da disturbi post traumatici da stress, e nell’addestramento delle truppe. 

In quest’ottica, oltre all’uso di titoli famosi quali Call of Duty, Battlefield, Medal of Honor, ARMA o il vecchio Full Spectrum Warrior, gli eserciti fanno affidamento anche su aziende specializzate nella creazione di giochi digitali da utilizzare a scopo formativo, come la Dynamic Animation Systems, che collabora con le Forze Armate statunitensi.

Tra multischermi, realtà virtuale e fucili di precisione giocattolo con sensori, tutto sembra reale, ma nonostante le pallottole, le esplosioni e le azioni da compiere sotto le direttive di un ufficiale in carne e ossa, non è una guerra, ma solo una replica convincente. Dove nessuno muore davvero.
Esistono parecchie mappe di diverse aree del mondo per allenarsi, ciascuna modificabile a piacimento così da poter offrire ogni volta uno scenario di combattimento differente ai soldati, i quali coordinandosi hanno a disposizione una discreta libertà di scelta sui percorsi da intraprendere per evitare i civili, affrontare il nemico o magari fiancheggiarlo sfruttando la copertura di fuoco dei compagni.

A far muovere questi ambienti troviamo potenti engine in grado di sviluppare una grossa quantità di effetti: dalle esplosioni, al fumo degli incendi, oppure ai detriti che invadono l’aria circostante, ogni singolo elemento di contorno si mescola alla fisica per restituire credibilità alla zona di guerra. E quando le cose si mettono male e si muore, nessun problema: al massimo si riceve una valutazione negativa dall’istruttore, poi si riavvia la simulazione e si ricomincia, come nulla fosse.

Qualcuno dice che questi metodi di allenamento non servano solo a preparare i soldati al “clima” che troveranno poi al fronte o agli orrori della guerra, ma anche a renderli meno emotivi in battaglia. A vedere la “scena” da una prospettiva diversa, impersonale e distaccata. In questo modo, i nemici che in un’imboscata vera spareranno su un convoglio o una pattuglia a piedi saranno solo dei bot, mentre quelli che moriranno al “tuo” fianco in quel momento non saranno i ragazzi con cui fino a dieci minuti prima discutevi di sport e di donne, o condividevi l’ultima sigaretta, ma avatar all’interno di una simulazione più grande e realistica. 

“Passo dopo passo, cuore contro cuore, sinistra- destra- sinistra, cadiamo tutti come soldatini. Pezzo dopo pezzo dilaniati, non vinciamo mai,
ma la battaglia continua…”

“Se cadono, dopo si rialzeranno, tranquillo, quindi adesso concentrati sul dà farsi, sul fuoco nemico, sul completamento della missione”: è questo che in parole povere bisogna imparare a pensare. Attraverso questa esperienza i militari migliorano nell’abilità di saper gestire in contemporanea più attività, nella memoria a breve termine e nella capacità di mantenere l’attenzione per lunghi periodi di tempo in condizioni di stress, non prestando il fianco a cali di tensione, alla paura o al panico, e rispondendo adeguatamente al fuoco nemico in ogni situazione, anche di svantaggio. Nonostante poi, sul campo, tutto è diverso e non sempre ogni singolo soldato riuscirà a mettere in pratica questi insegnamenti.

Perfino il miglior simulatore al mondo secondo me non può calcolare e prevedere le migliaia di piccole ma decisive variabili che possono condizionare un conflitto a fuoco e la reazione di un individuo. Difatti, in una recente intervista al The New Yorker, il Comandante della Marina Militare americana Scott L. Johnston, direttore responsabile della ricerca clinica per la salute mentale presso il Naval Medical Center di San Diego, ha affermato che “il nostro obiettivo è aiutare i nostri ragazzi a sopravvivere, a reagire alle condizioni avverse nel miglior modo possibile, riducendo al minimo i danni fisici e psicologici per loro e per i civili”.

“Non è facile”, – ha poi continuato a spiegare il medico -, “i margini di errore purtroppo ci sono, e col mio lavoro ne so qualcosa. Ma se riusciamo a impedire in un contesto comunque traumatico com’è la guerra, che sia una strage continua, è già un buon risultato”. 

Solo più tardi, a cose concluse, i sopravvissuti potranno tornare in sé, riflettere, rendersi conto che non c’è un game over, che non ci sono riavvii o respawn, e che chi è caduto non si rialzerà più, non potrà più partecipare alla “partita”. La realtà è diversa, le persone uccidono o vengono uccise, soffrono, non tornano più. Ma a quel punto quel che è stato è stato, tutto farà parte del passato. Fino alla prossima battaglia.

 

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