Le più grandi delusioni della generazione

Quali sono i giochi e i momenti che più ci hanno fatto penare negli ultimi sette anni?

Speciale di Emanuele Vanossi

L’attuale generazione di console sta volgendo al termine e tra i tanti e innegabili capolavori che abbiamo giocato, dobbiamo ammettere di aver vissuto anche momenti di sconforto, disfatta e semplice distruzione di sogni lucidi. Mentre ci affacciamo verso l’arrivo delle nuove console che promettono titoli sempre più fiammanti, volgiamo lo sguardo verso le più grandi delusioni della generazione passata.

La cancellazione di Scalebound

È esistito un periodo, ormai passato, in cui Microsoft non navigava nelle limpide acque verso le quali sembra indirizzarsi adesso. Era il 2017 e, nonostante Phil Spencer fosse già capitano della nave, molti progetti faticavano comunque a prendere il largo. A seguito della già sofferta cancellazione di Fable Legends a marzo 2016, una vittima ancora più illustre si aggiunse alla lista dei tripla A destinati all’oblio: Scalebound, l’esaltante action-rpg a base di draghi e musica metal di Platinum Games. Dopo le impressionanti demo viste alla Gamescom 2015 e 2016, Microsoft non trovò nell’action rpg sufficienti ragioni economiche per finanziarne ulteriormente lo sviluppo ed Hideki Kamiya (director del progetto) non se ne stette certo zitto lasciando chiaramente intendere la sua contrarietà alla decisione. In una line-up di Xbox One che al tempo ancora singhiozzava, la notizia della cancellazione nel gennaio 2017 fu una vera e propria fucilata per i fan. Di fronte ad un periodo di primaverile con titoli come The Legend of Zelda: Breath of the Wild e Horizon Zero Dawn in arrivo sulle piattaforme concorrenti, la situazione delle esclusive Microsoft sprofondò in un deprimente abisso da cui sta solo ultimamente risalendo.

Watch Dogs e la maledizione del downgrade

Altro E3, altro giro di demo e stavolta a ridosso di una nuova generazione di console. È il 2012 e quale miglior momento quindi, deve aver pensato Ubisoft, per sparare a cannone un’effettistica dal futuro su di un gioco che tanto non lanceremo così? Non facciamo i finti tonti però: la prima volta che vedemmo Watch Dogs rimanemmo tutti impressionati. Illuminazione fantastica, effetti di fumo e fisica di veicoli e vestiti impressionanti ci fecero sognare di avere una PlayStation 4 in casa per oltre un anno, e quando finalmente arrivò quel giorno… iniziò invece la lunga scia, diventata poi spesso solamente materiale da hater, dei cosiddetti downgrade. Una parolaccia/mantra di tutti coloro che ancora oggi dormono la notte sognando quell’Aiden Pearce dalla giacca svolazzante nelle strade di Chicago (ma che rivedremo presto, a Londra).

Peraltro, anche senza downgrade, la nuova I.P. Ubisoft deluse non poco, con un open world riempito approssimativamente, una storia meno carismatica del previsto e una generale piattezza del gameplay, nonostante qualche bella idea che ispirò poi i sequel.

Bioware collassa: Mass Effect: Andromeda e Anthem

Nonostante fosse noto da tempo che il team allo sviluppo di Mass Effect: Andromeda non fosse lo stesso della trilogia culto, nulla avrebbe potuto preparare i giocatori per l’arrivo maldestro e incompiuto del nuovo titolo. Videomeme sulle tragiche animazioni facciali riempirono l’internet di quei mesi e non furono in pochi a giustificare il lavoro di Bioware Montreal con un: “e vabbè, il team principale ad Edmonton sta lavorando ad una nuova I.P.”. Poveri loro, diciamo con il senno di poi, dato che Anthem, uscito nel 2019, quasi ci fece venir voglia di riprendere il mai concluso playthrough di Andromeda. Digerito il necessario downgrade (e rieccolo) dalla famosa demo dell’E3 2017, Anthem rimase anch’esso un titolo deludente, affrettato e superficiale e fu destinato ai cestoni delle offerte dei supermercati dopo pochi mesi dal lancio. Voci di corridoio dicono che comunque qualcuno in Bioware ci sta ancora lavorando ma il futuro dei Freelancer (si, i protagonisti di Anthem si chiamavano così) non è dei più rosei.

Google Stadia (Chi, cosa?)

Phil Harrison non è un un uomo fortunato, o forse non è un uomo talentuoso, ma questo non spetta a noi giudicarlo. Tuttavia, quando nel marzo 2019 Google svelò al mondo la sua piattaforma per il gaming, il buon Phil (a capo del progetto ed personaggio di esperienza nell’industria essendo passato sia da casa Sony che Microsoft) si presentò sul palco annunciando tutta una serie di feature e possibilità che ci fecero domandare a cosa sarebbero servite le nuove console con un concorrente del gerente. Fast-forward al giorno d’oggi e la situazione è purtroppo ancora in fase embrionale: Stadia non è un servizio ben supportato e Google stessa sembra non aver chiaro il da farsi, tanto che perfino il nuovo Chromecast non supporta la piattaforma al lancio. Il cloud gaming è ancora una nicchia, ma la partita per la dominazione di questo si sta facendo sempre più interessante con Microsoft, Amazon ed Nvidia tutte pronte ai blocchi di partenza. Google, che sembrava avere un vantaggio almeno temporale, ha invece peccato di eccessiva fretta ed ogni Stadia Connect che oggi ci tocca sorbirci non è che una secchiata di realtà su un sogno che al momento non sembra voler concretizzarsi.

I porting PC senza vergogna

Lontani sono i tempi in cui il mondo pc insegnava a quello console la via del futuro: era il 2007 ed un certo Crysis si divertiva a fondere GPU, creando di fatto il concetto di Master Race videoludica tanto caro agli estremisti dell’overclock. La verità è che il mondo console apre ad un pubblico enorme e voglioso di spendere tanto denaro e quindi, va da se che la versione pc di un videogioco non è sempre quella di riferimento per i publisher. Fatta questa considerazione è però ora di constare come in alcuni casi in questa generazione si sia abbandonata la decenza del realizzare porting perlomeno funzionanti. Il casus belli originale: Batman: Arkham Knight che perfino su schede grafiche enthusiast non girava a meraviglia e nemmeno oggi lo fa. Volendo continuare con altri esempi si può citare Nier: Automata ed il suo frame rate mai ottimizzato su PC; Mafia III rilasciato con bug a non finire ed Assassin’s Creed Unity con i suoi problemi di caricamento dei modelli con effetti demoniaci.

Insomma, va bene affidarsi alla potenza bruta di schede grafiche con tanta capacità di elaborazione in eccesso, ma giocare con la pazienza del giocatore PC non si è rivelata una grande idea per gli sviluppatori di questo decennio.

The Order: 1886 e la super grafica che non basta

Parliamoci chiaro: la super grafica vende, specialmente a inizio generazione, ed è un fenomeno che stiamo per vivere avendolo già vissuto anche molte altre volte. The Order: 1886 era proprio questo: un titolo visivamente impressionante, e lo è ancora oggi, capace di mostrare i muscoli di PlayStation 4 e farci gasare di fronte agli amici nel nostro salotto dotato di nuova console. Peccato che superata la meraviglia inziale, il gioco di Ready at Dawn si rivelò davvero poca cosa: a fronte di molte idee interessanti, la sua brevità e superficialità di molte meccaniche lo condannarono all’angolino dei third person shoter alla Gears of War senza infamia e senza lode, fatta eccezione appunto per la presentazione grafica e artistica. Di fronte ad una trama che era chiaramente scritta con la speranza di sequel in arrivo, il franchise è stato invece abbandonato a seguito di vendite non eccezionali ed un publisher, Sony, poco interessato a foraggiare lo studio che nel frattempo si è dedicato a progetti di portata economica inferiore.

Crackdown 3 e il magico cloud computing

Facciamo l’ennesimo giro nel passato e torniamo alla Gamescom 2015 con Microsoft  messa alle strette da una PlayStation 4 chiaramente più potente della sua Xbox One. La casa di Redmond ha però un’arma segreta ed una tech demo pronta a dimostrarla: il Cloud Computing e Crackdown 3. L’impressionante tecnologia avrebbe, in teoria, permesso di sfruttare la potenza dei Server Azure di Microsft per creare ambienti di gioco completamente distruttibili nel nuovo titolo di Sumo Digital con risultati di una qualità mai vista precedentemente. Peccato che dopo continui ritardi, cambi nel team di sviluppo e demo non più impressionanti, l’odore di marcio aleggiò prepotentemente nell’aria e Crackdown 3 fu rilasciato nel febbraio 2019, ormai senza troppe sorprese, come un mediocre shooter in terza persona senza alcuna traccia della fantastica tecnologia vista anni addietro. Nonostante abbia una sua nicchia di fan, Crackdown 3 fa parte di quel filone di titoli, insieme a Fable Legends e Scalebound, ormai sepolti nei piani della vecchia Microsoft che fortunatamente non è più quella attuale.

P.T. e l’affaire Kojima-Konami

Idolatrato a figura martire di un avido publisher col vizietto del Pachinko, Hideo Kojima è oggi un’indiscussa leggenda del mondo dei videogiochi. Nel 2015 visse però un periodo nero della sua vita a seguito della cancellazione del progetto Silent Hills, reebot della storica serie horror, annunciato con l’ormai mitica demo “P.T.”. La tripletta Kojima-Reedus-Del Toro ed una grafica quasi fotorealistica a dipingere un’atmosfera horror da incubo fecero sognare i fan del franchise fino alla notizia della cancellazione del gioco, con conseguente licenziamento/dimissioni del buon Hideo che si ritrovò di colpo senza un publisher alle spalle (una situazione durata per breve tempo ovviamente). Esaminati i pochi retroscena sull’accaduto, ormai come noto più legati a Metal Gear Solid V che a Silent Hills, ai giocatori non rimase che compiangere quello che sarebbe stato probabilmente uno dei migliori giochi horror mai realizzati. E per quanto riguarda la demo P.T. Konami fece di tutto per insabbiarne l’esistenza, relegandola a software reliquia che riposa su qualche PlayStation 4 in vendita a migliaia di euro in loschi mercatini online.

Fallout 76: it just works.

Cosa può andare male nell’infondere un po’ di multiplayer in una rodata serie di rpg con meccaniche shooter? Apparentemente tutto e Bethesda Game Studios ha voluto illustrarci tutti i risultati dell’esperimento con Fallout 76. Lo spin-off multigiocatore della serie postapolittica fu annunciato nel 2018 con un lungo e, sinceramente indovinato, livestream seguito da qualche settimana di silenzio e mistero sulla natura del progetto. Rivelatosi poi una sorta di Rust in salsa Bethesda, Fallout 76 fu probabilmente vittima di una filosofia di sviluppo ed un motore di gioco che semplicemente non ne avrebbero mai permesso la buona riuscita. Povero Todd Howard quindi, un sognatore schiantatosi su se stesso e contro le successive mosse commerciali alquanto opinabili del publisher: dal lancio di una modalità Battle Royale chiamata Nuclear Winter (che ancora stiamo attendendo con trepidazione) ad un abbonamento premium detto Fallout 1st dal costo sinceramente comico e completamente fuori mercato.  Il numero di persone che ancora si diverte nella devastata West Virginia non è indifferente, ma Fallout 76 ha la colpa di aver eroso buona parte della fiducia dei giocatori nei confronti di Bethesda e dei suoi piani futuri.

Invece per quanto vi riguarda, qual è stata la delusione più cocente di tutta la generazione? Fatecelo sapere nei commenti!

Ci sono 2 commenti

Moriet_Riberick

Innanzitutto trovo molto interessante questo articolo e devo ammettere che alcuni punti citati sono stati terribilmente dolorosi per il mio cuoricino. Speriamo che le prossime delusioni legate alla next-gen non superino livelli di catastrofe superiori alle menzionate, ma ahimè temo che qualche delusione sarà un must. 😔

Ps: Non fu Batman Arkham Knight il disastroso port per pc? Magari sono io in errore, nel caso mi scuso. 😉🍻

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