Remake, Reboot e Rivoluzione

Analizziamo qualche caso interessante

Speciale di gmg215

Molteplici sono i motivi per cui una casa di sviluppo non vuole lanciarsi nella produzione di una nuova proprietà intellettuale. In cima alla lista c’è sicuramente l’incertezza: un nuovo gioco, con nuovi personaggi ed una nuova storia, non può contare sulla presenza di una base di pubblico già fidelizzato. Inoltre, risulta estremamente difficile prevedere l’effettiva resa, pad alla mano, di un universo completamente inedito, poiché non si hanno a disposizione paragoni con iterazioni precedenti.

Spesso dunque vengono riproposte saghe abbandonate da lungo tempo, il cui marchio giaceva sugli scaffali di un publisher che aspettava il maturare dei tempi. Nascono in questo caso i reboot, ovvero veri e propri atti di riesumazione: nuovi capitoli si aggiungono alle opere originali. Nei casi più fortunati, ciò che a prima vista poteva sembrare un’operazione nostalgia si tramuta in un fenomenale strumento per veicolare ad un nuovo pubblico delle visioni artistico-ludiche validissime, che erano rimaste intrappolate in scheletri tecnologicamente troppo arretrati per essere fruibili al tempo presente. Nei casi meno fortunati, ciò che a prima vista poteva sembrare un’operazione nostalgia, lo era.

In alternativa al reboot, un singolo gioco può essere oggetto di remake. Pochi sono i titoli degni di un tale trattamento e spesso si tratta di grandissimi classici del passato che erano pioneristici oltre le possibilità della piattaforma che li ospitava. Nell’intraprendere un remake l’ambizione, forse irraggiungibile, è quella di infondere in nuovi giocatori lo stesso stupore e la stessa meraviglia dell’originale sui fan della prima ora.

Analizziamo dunque qualche recente caso di reboot o remake: saghe che hanno ricevuto nuova linfa vitale, altre che non hanno saputo essere reinventate, vecchi giochi tornati nuovi e, infine, qualche titolo che meriterebbe una seconda vita.

IL REMAKE PERFETTO: RESIDENT EVIL 2

Citando le parole di Kamiya, autore di Resident Evil 2 originale: “Questo remake non sarà all’altezza dell’originale, perché sarà ancora meglio”. Ed è così: munitosi di una telecamera moderna (in senso lato, alla Resident Evil 4), immersiva e solidamente ancorata alla spalla del povero Leon o della povera Claire, questo remake coglie, rispetta ed amplia lo spirito dell’originale, liberandosi al tempo stesso delle sue asperità di natura tecnica.

Il risultato è un gioco senza tempo, capace di tenere incollato qualunque giocatore allo schermo grazie ad un’intensità che non viene mai meno. Il materiale originale è stato rimpolpato con aggiunte oculate: enigmi nuovi, sezioni inedite che però si vanno ad incastrare alla perfezione con luoghi e momenti iconici. La nitidezza delle meccaniche di gioco originali, come ad esempio la gestione di salute ed inventario, ed il lento e soddisfacente aprirsi della mappa vengono affiancati da un sistema di combattimento gestito brillantemente per innalzare il più possibile la soglia di allerta del giocatore: la sopravvivenza viene affidata all’abilità del giocatore nel mettere a segno i colpi d’arma da fuoco al momento giusto. Forse più di qualunque altro gioco survival-horror, Resident Evil 2 meritava di avere il migliore remake di sempre, con buona pace dei giocatori che non potevano sopportare le telecamere fisse e le movenze goffe dell’originale: ora non hanno più scuse.

IL REBOOT INGEGNOSO: DEUS EX

Eidos Montreal è una casa di sviluppo messa in piedi da Square Enix circa tredici anni fa con il preciso scopo di resuscitare le proprietà intellettuali di Eidos. Tra tutte le papabili, hanno forse scelto di cominciare con la più complicata: Deus Ex.

Gioco di importanza seminale per il genere degli “immersive sim” e, più in generale, un esempio geniale di cosa vuol dire concedere al giocatore la libertà di fare letteralmente ciò che vuole. Qualità che si intravedono con nitidezza nei capitoli “nuovi” della saga, ad opera del giovane studio canadese. Sia Deus Ex: Human Revolution (PS3, Xbox360), che Deus Ex: Mankind Divided (PS4, Xbox One) offrono decine di soluzioni ad un medesimo scenario. La struttura del gioco è flessibile, seppur non tanto quanto l’originale, e da spazio a missioni, primarie e non, dalla lunghezza generosa e dall’esito non scontato. Il valore artistico della produzione è assoluto: l’anima cyberpunk, fatta di corporazioni misteriosi, intrighi, nightclub decadenti in città povere e sovraffollate, è finemente caratterizzata. Nota di merito va alla Praga di Mankind Divided, in cui la tensione tra umani ed aumentati è palpabile. Ingiustamente punito dalle scarse vendite, questo ingegnoso reboot è attualmente in stato di congelamento per mano di Square Enix. Chissà che l’imminente popolarità della fantascienza cyberpunk (2077) non possa donare una terza (meritata) vita a Deus Ex.

IL REBOOT DRASTICO: TOMB RAIDER

Come discusso qui, i primi Tomb Raider erano essenzialmente dei platform tridimensionali. Forti di un’ambientazione fortemente geometrica, offrivano un’esperienza esplorativa soddisfacente ed impegnativa. Evidentemente Crystal Dynamics deve aver giudicato tale formula inadeguata per i palati moderni, perché nel suo reboot datato 2013 le basi della saga sono state rivoluzionate.

La nuova trilogia si pone infatti in un genere videoludico inedito per Lara: quello degli action/adventure. Sparatorie, scazzottate e fasi stealth abbozzate risultano effettivamente gradite ad un pubblico nuovo, ma deludono sistematicamente i fan della prima ora. Resta la timidezza della componente narrativa, da sempre caratteristica della serie, e ciò non è positivo per un action/adventure moderno in un mondo post Uncharted 2. Trattasi dunque di un reboot coraggioso ma, forse, meno riuscito di quanto si potesse ambire con un brand cosi forte come quello dell’archeologa più famosa al mondo.

NÉ REBOOT NÉ REMAKE, BENSÌ RIVOLUZIONE

The Legend of Zelda: Breath of the Wild ha reinventato la saga, forse riportandola agli albori, quando lo spirito dell’avventura non era imbrigliato dalle convenzioni e dai generi. Pur non essendo né un remake né un reboot, il nuovo capitolo per Nintendo Switch ha avuto la portata di una rivoluzione.

Quando una saga si protrae per decenni, come nel caso di Zelda, capitoli come Breath of the Wild contribuiscono in maniera fondamentale a tenerla viva e vegeta. Tutte le idee, anche le più geniali, possono infatti usurarsi a forza di servire iterazioni passive e senza fantasia. In questo caso, la rivoluzione è intervenuta con precisione chirurgica per imporre il cambiamento e, contemporaneamente, favorire la conservazione.

IL REMAKE CHE VORREI E QUELLO DI CUI HO PAURA

Vorrei poter completare la mia libreria From Software giocando anche al capostipite “nascosto” dei Souls: Demon’s Souls. Uscito prima che la nomea della sua casa di sviluppo si consolidasse, questo titolo pioneristico troverebbe facilmente una platea numerosa pronta ad accoglierlo. Spero sia questo il progetto cui Blue Point sta lavorando dopo l’eccellente remake di Shadow of the Colossus.

Ho paura di vedere un Metal Gear Solid rifatto senza la supervisione di Kojima. Questo timore si alimenta principalmente da due considerazioni. In primo luogo, Konami, il publisher che ha in mano i diritti di questo sacro franchise, non sembra avere idee chiarissime sul da farsi: per ora si è infatti limitata Metal Gear Survive, uno spin-off di dubbio gusto che, però, ha il grande merito di non intaccare minimamente la saga principale. In secondo luogo, Metal Gear Solid è ancora godibilissimo nel suo stato attuale al contrario, per esempio, del già citato (e suo contemporaneo di classe 1998) Resident Evil 2. Sebbene tecnicamente limitato dall’hardware Playstation , l’avventura di Snake a Shadow Moses è già senza tempo e, proprio per questo, un remake rappresenterebbe una scommessa ad alto rischio e, forse, basso guadagno.

Snake perplesso.

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