Game of Thrones 8 – La multirecensione (spoiler) della redazione!

Buona parte della redazione si è riunita per dare l'estremo saluto alla serie più importante dell'ultimo decennio. Game of Thrones ha raggiunto il suo capolinea, cosa ne pensiamo?

Cinema & Serie TV di Simone Di Gregorio

There is nothing more powerful in the world than a good story. Non c’è difatti al mondo nulla di più potente di una storia, nulla che possa unire meglio di un racconto, nulla che possa meglio dare speranza dell’intima immaginazione in ognuno sopita. Il monologo di Tyrion nel finale di serie di Game of Thrones è metalinguaggio sottile ed affilato che penetra nella doppia dimensione di finzione e reale, ago dalla forma di lacrima, espressione definitiva dell’universalità dell’emozione. Da parte le differenze, da parte le ostilità, quel senso democratico di fratellanza, dibattito e confronto tipico dell’evento cinematografico o televisivo rende tutto d’un tratto il mondo più piccolo, senza più barriere o distanze.

Non solo però consacrazione della dimensione community dell’intrattenimento (nei suoi chiaroscuri), ma anche produzione pioniera e rivoluzionaria; Game of Thrones ha gridato con forza l’anima guerriera del piccolo schermo, elevandolo una volta per tutte non a mera riduzione del cinema, ma a suo degno compagno. Una serie dunque dalla portata illimitata, dal successo commerciale inattaccabile e forse nemmeno replicabile giunge infine al malinconico capolinea, evento di chiusura di una melodia di opposti che non poteva non risolversi in un epilogo tanto emozionante quanto – a conti fatti – divisivo. Essendo appunto il finale di Game of Thrones un momento sociale che vive e respira nella collettività, una sola recensione e punto di vista sarebbero stati quantomeno un’ottica parziale di un fenomeno che va ben oltre la singola persona. Noi della redazione di Gameplay Café abbiamo quindi deciso di riunire in questo articolo ciascuna delle nostre opinioni, in modo da creare un mosaico di idee che possa rendere maggiore giustizia ad un’esperienza tutto meno che monocromatica. Buona lettura!

Simone Di Gregorio

Fare il passo finale può risultare più complesso di attraversare il sentiero; la maledizione di ogni epilogo sta tutta racchiusa nel rendere conto delle aspettative e delle emozioni del pubblico nell’individuo e dell’individuo nel pubblico, in un gioco d’azzardo dove vince solo colui non disposto ad osare. La stagione 8 di Game of Thrones – l’ultima per l’appunto e fa quasi strano anche solo pensarlo – decide di rischiare nella sua continua ed estenuante cavalcata verso la riscoperta di una natura essenziale mai effettivamente andata perduta. L’epica inseguita nell’intenso climax della splendida sequenza musicata del terzo episodio si risolve infatti di nuovo nel turbinio burrascoso della follia di tiranni e dei sogni di despoti, cancellando la minaccia del Re della Notte e mettendo a chiare linee in primo piano quei foschi rapporti tra personaggi che meno di dieci anni fa catalizzarono le prime battute di ciascun evento dello show.

I nuclei narrativi sono lì, ma manca la pazienza di esplorarli

Certo, una scrittura frettolosa e sbrigativa quella di Benioff e Weiss per le sei puntate finali, che accelera sul ritmo, applica cesure piuttosto rilevanti e si ritrova a racchiudere in una singola stagione quello che poteva tranquillamente distendersi in due. I nuclei narrativi sono lì, concordi dal primo all’ultimo con il percorso fino ad oggi stagliato, ma manca la pazienza di esplorarli, sviscerarli e renderli definitivamente coerenti attraverso un crescendo sì netto, ma paziente ed organico, come sarebbe stato lecito concludere al di fuori degli impegni di produzione. La morte del Re della Notte ad opera di Arya, la rabbia cieca del manicheismo distorto di Daenerys, la centralità di Tyrion (con un grandissimo Dinklage), la regressione di Jaime e il finale anticlimatico sono capolinea di una direzione da tempo progettata, a tal punto però contratta da far percepire come artificiosa quella che in realtà era naturale conclusione.

Messa da parte la controversa sceneggiatura, Game of Thrones é semplicemente puro cinema: il terzo e il quinto episodio diretti da Miguel Sapochnik sono perle assolute di una messa in scena coraggiosa che tende regia, fotografia e montaggio verso limiti per la televisione fino ad oggi inediti. Il piano sequenza all’inizio della battaglia di Winterfell e quello alla fine di quella ad Approdo del Re, il montaggio parallelo tra lo scontro tra i Clegane e la fuga di Arya e la sequenza – infine – della morte di Daenerys e dello scioglimento del trono (questa guidata dai due showrunner) sono ricordi indelebili che segnano un punto fermo nella storia dell’intrattenimento.

Leonardo Alberto Moschetta

Questa ottava ed ultima stagione, a mio avviso, ha due problemi. Il primo è il peso enorme delle aspettative di un pubblico ormai vastissimo e che era impossibile accontentare all’unanimità. Il secondo è la scelta, da parte degli autori, di portare lo show verso una semplificazione narrativa che strizza l’occhio ad un pubblico generalista ormai assuefatto (complice una decade di cinecomic PG 13) ad una scrittura che esalta la spettacolarità a discapito della solidità narrativa. Il numero esiguo di puntate non fa altro che accrescere la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di affrettato, laddove la serie ci aveva abituati a tempi dilatati e ad un lavoro di cesello narrativo di rara maestria. Di questo però, più che Benioff e Weiss, dovremmo forse biasimare il pigro Martin, evidentemente sedotto dal successo e ad oggi lontano dalla conclusione letteraria delle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco. Un po’ un peccato, senza dubbio, ma non tutto è da buttare. Il valore produttivo di questi ultimi sei episodi è all’apice della produzione televisiva contemporanea nonostante qualche incertezza nei SFX e qualche tazza di Starbucks di troppo.

Le regie sono puntuali con alcuni momenti particolarmente riusciti (eviterei comunque di scomodare termini quali “genio” per Miguel Sapochnik). Diverse interpretazioni attoriali sono vibranti e riescono, quando supportati dalla scrittura dei dialoghi, a riecheggiare i fasti delle prime stagioni. L’ultima puntata ci restituisce in particolare un’ottimo Tyrion finalmente al centro della scena. Su Jon e Daenerys stendiamo un velo pietoso: per fortuna i due Q.I. più bassi dei Sette Regni non combineranno altri danni.

A Game of Thrones va riconosciuto il grande merito di aver sdoganato il genere fantasy presso il pubblico generalista televisivo

Una menzione d’onore merita la battaglia che si è combattuta sui social in queste settimane tra sostenitori e detrattori. A questo proposito, abbastanza risibili, a mio avviso, tanto gli schieramenti di chi si sente in dovere di difendere ogni scelta degli autori al fine di incensare come “capolavoro di una generazione” il proprio show preferito, quanto quelle di chi sottoscrive petizioni per rigirare l’intera ottava stagione (molto peggio la settima per il sottoscritto). Queste prese di posizione sono lo specchio dei tempi che corrono, tempi in cui si fa fatica ad accettare e valutare le cose per quello che sono, senza sovrastrutture ideologiche. Personalmente credo che, nel complesso, Game of Thrones sia stato un ottimo prodotto televisivo cui va riconosciuto il grande merito, tra picchi di eccellenza e qualche scivolone, di aver sdoganato il genere fantasy presso il pubblico generalista televisivo.

Giacomo Bornino

Nessuno è soddisfatto. Il che rappresenta un buon compromesso, suppongo.– dice Tyrion nel suo ultimo confronto con Jon. Due frasi che, a voler essere maliziosi (e lo siamo), sembrano suonare come una malcelata confessione da parte degli showrunner. Comprensibile. D’altronde, dare una conclusione alla serie TV più imponente di sempre per sforzo produttivo e seguito deve essere stata un’impresa da non dormirci la notte. Chiudere in meno di 8 ore un racconto sviluppatosi nell’arco di 8 anni, che contava all’attivo ancora una ventina di linee narrative, e mettere d’accordo milioni di appassionati, beh, concorderete fosse una missione ai limiti dell’impossibile. Da qui l’obbligo per gli addetti ai lavori di scendere a compromessi per riuscire a mettere un punto ad un’opera che semplicemente non ha eguali nel suo medium. 

Risultato soddisfacente? Strano a dirsi, ma assolutamente sì! E’ vero, la serie soffre di problemi innegabili, tra cui spicca in negativo la sceneggiatura claudicante, colpevole non tanto del cosa abbia messo in scena, ma piuttosto del come lo abbia presentato, a causa, anche, dei tempi ristretti a disposizione (per inciso, i picchi di demenza toccati nel terzo episodio restano imperdonabili). Ciò nonostante, la stagione nel complesso centra il bersaglio, emoziona e coinvolge come sempre, e l’epilogo si mostra se non altro coerente con le fondamenta narrative su cui poggia. Chiaro, quello a cui abbiamo assistito nelle ultime puntate non è all’altezza delle precedenti, ma si tratta di una sbavatura, forse inevitabile, che nulla toglie all’opera omnia. Game of Thrones è stata un’esperienza unica, un viaggio epico che ha saputo unire e appassionare intere generazioni con il suo universo ricco di personaggi indimenticabili e colpi di scena memorabili. La sua assenza dagli schermi ci mancherà, moltissimo.

Valar Morghulis. 

Antonio Di Stefano

L’ottava stagione di Game of Thrones è come un individuo che dopo anni passati a mostrarsi affascinante e arguto, si toglie la maschera mostrandosi un sempliciotto affetto da ejaculatio praecox. Fatte le dovute premesse, prendendo l’ultima stagione come un prodotto dalle peculiarità diverse rispetto al resto della serie, rimangono degli episodi che in un modo o nell’altro riescono ad arrivare al cuore dello spettatore. Dalle prime mosse sulla scacchiera dei primi episodi si arriva finalmente alla battaglia faccia a faccia con il Re della Notte, che, pur avendo la sensazione di una conclusione troppo affrettata, riesce a catapultare lo spettatore tra le spade, i fuochi e le tensioni della battaglia.

Lo scopo di questa ultima stagione sarebbe dovuto anche essere quello di servire sul piatto del sangue la definitiva realizzazione dei personaggi, diretta conseguenza di intrighi, assassinii minuziosi e cruente battaglie. Questo elemento in realtà si reifica soltanto in parte con personaggi come Sansa Stark, la quale, facendo tesoro delle lezioni accumulate, ostenta una volta per tutte il metalupo in lei racchiuso per rivendicare con forza il posto del Nord tra i sette regni; sorte diversa invece per Cersei Lannister, che dopo aver passato le stagioni precedenti ad accrescere il potere della sua casata, finisce per assistere inerme alla caduta di Approdo del Re. Il quinto episodio, seppur discutibile (discutibile, non insulso) sul piano della scrittura, si rivela di contro una stupenda trasposizione di sofferenza e soffocamento, dove finalmente prende forma l’epilogo raccontato nell’ultimo episodio. La puntata finale si rivela meno deludente di quanto mi aspettassi (la scena in cui Drogon scioglie il trono, forgiato sempre dallo stesso fuoco, è puro cinema!); Bran sul trono risulta una scelta credibile e condivisibile (emozionante il discorso di Tyrion sulle storie), ma in fin dei conti avrei giusto preferito che Arya l’esploratrice fosse stata approfondita maggiormente. In tutto questo dov’è andato Drogon?

Francesco Margheriti

Quello che era un romanzo fantasy di nicchia con il passare del tempo è diventato un fenomeno culturale a tutto tondo. Di questo George R. R. Martin deve essere senza dubbio grato ad HBO ed a chi ha creduto nel progetto di una rischiosa trasposizione televisiva. La stessa produzione che noi fan abbiamo spesso scelto di criticare duramente nel corso di questa ultima stagione, considerata dalla quasi totalità del pubblico eccessivamente corta e frenetica. Difatti eravamo abituati a tempi più dilatati, maggiore caratterizzazione dei protagonisti e dei loro intenti, dunque a tanta coerenza ma, maledetto il tempo e il denaro, questa volta siamo stati costretti ad accettare un compromesso. Nonostante ciò, a mio parere Game of Thrones rimane la Serie con la S maiuscola, in quanto nessun’altra per ora è anche solo riuscita ad avvicinarsi a quanto questa ha rappresentato per il mondo dell’intrattenimento. Rendere una storia fantasy un qualcosa che fantasy solitamente non è, ovvero lotta politica, amori e tradimenti che si allontanano dall’immaginazione per affondare nella realtà.

Di Game of Thrones si parlerà per molto, forse per sempre nell’ambiente

Con questa ultima stagione e con il finale di serie si chiudono in maniera magistrale tutti i cerchi aperti sin dalle prime puntate, al netto – come detto prima – di compromessi e incongruenze che con qualche puntata in più, forse, non avrebbero fatto la loro comparsa. Tutto ha inizio con un amore dannato ed incestuoso scoperto dal piccolo Bran, e il tutto finisce  – anni dopo – con Bran stesso al vertice più ambito. Daenerys, nel lontano Essos, porta a schermo i draghi e un drago porta via dallo schermo, andando verso Essos, il corpo di Daenerys stessa. Il Nord era libero e torna ad esserlo. Arya, da sempre la più ribelle degli Stark e la meno avvezza alla vita di corte, diventa la Cristoforo Colombo di Westeros, lasciandosi gli avviluppanti intrecci della politica alle spalle. Jon, amato da molti, erroneamente rappresentato fin dall’ormai remoto pilot come bastardo, chiude il suo arco narrativo nel segno di un’umiltà consapevole e conclamata. E’ stata nel complesso un’avventura ricca, avvincente, lunga, intensa, amata e, come ogni grande amore e passione, divisoria. Se ne parlerà per molto, forse per sempre nell’ambiente, e ci saranno sempre persone che non accetteranno quanto accaduto in quel di Westeros, ma dopotutto è mai esistito un qualcosa nella vita in grado di mettere universalmente d’accordo? Secondo me no, e questo è quello che Game of Thrones ci ha sempre portato a capire.   

Giulia Ghiadistri 

Se dovessi assegnare una valutazione quantitativa all’ottava ed ultima stagione di Game of Thrones opterei per un “senza voto”. Non sento alcun rammarico per la scrittura frettolosa che, con grande generosità, ha smistato molti avvenimenti importanti in sole sei puntate, a dispetto della lentezza machiavellica tipica della serie. Allo stesso tempo, razionalmente accetto che il mio affetto verso questo kolossal televisivo ha piantato radici grazie a qualità artistico-produttive che solo a sprazzi hanno fatto capolino sullo schermo in queste ultime settimane. Sapevamo tutti di essere giunti alla fine e, di conseguenza, la priorità assoluta era chiudere in modo inequivocabile, senza cliffhanger svergognati (siamo tutti d’accordo sul fatto che guarderemmo volentieri uno spin-off su Arya Stark).

Il numero di storie rimaste aperte fino a poche ore dalla conclusione avrebbe giustificato una stagione finale ancora più lunga del solito e, forse per causa degli impegni di Benioff e Weiss con una certa Lucasfilm, ciò non è potuto avvenire. Questa scelta ha particolarmente penalizzato l’evoluzione di un personaggio principale quale Daenerys (lunga vita alla Madre dei draghi, sempre), che ha dovuto fungere da perno narrativo ed emotivo dell’intera stagione a dispetto di tale criticità. Inevitabilmente lo show ne ha risentito in termini di robustezza drammatica. Altri personaggi invece hanno portato a compimenti archi narrativi soddisfacenti: tra questi vi è Jamie Lannister e, ancora di più, le sorelle Stark. Arya in battaglia, e Sansa nei saloni della corte di Grande Inverno, le due hanno completato le rispettive transizioni da personaggi passivi e vulnerabili a figure autorevoli ed intelligenti: non si tratta di una cosa da poco per una serie televisiva che ha sempre faticato a rappresentare il genere femminile (l’ultimo sceneggiatore donna risale alla terza stagione, forse). In conclusione, caro Game of Thrones, grazie delle memorie. Punto.

 

Matteo Santicchia

Io non amo due, anzi tre categorie emerse in questi ultimi tempi sui social. I fan sfegatati, veri e propri pasionari che non riescono a porre un salutare distacco tra le loro emozioni e lo schermo e di conseguenza coloro i quali non vedono la differenza tra loro fan fiction personale idealizzata e il lavoro di professionisti. Ma soprattutto quelli che parlano con sicumera solamente di qualità di scrittura e di arco narrativo dei personaggi, probabilmente laureati al Dams (io lo sono!). Ecco, se non fate parte di queste categorie converrete con me che, al netto di una palese accelerazione dei fatti, questa stagione finale ci ha regalato immagini potentissime, nessun personaggio rimasto appeso e in definitiva una chiusura coerente di tutte le vicende, con indizi, piccoli o grandi, seminati nel corso degli anni che all’improvviso hanno trovato senso. Un finale che a me non ha deluso, che ha poi riportato tutto sui binari della politica, vero motore di Game of Thrones.
Il viaggio sarebbe potuto essere più lungo? Probabile, ma se questa è la destinazione finale non posso che esserne felice.

Giulio Baiunco

Certamente l’ottava stagione non è la best season ever – come è stata definita ironicamente da Emilia Clarke – ma si destreggia tra alti e bassi, attraverso poche puntate esemplari e maggiori scivoloni frettolosi. L’urgenza di dare un epilogo a una serie durata dieci anni si fa sentire, nonostante ne siano passati due e mezzo dalla stagione precedente, con il risultato di affidarsi alla tanto criticata decisione di realizzare solamente sei episodi per concludere un’epopea corale e chiudere le linee narrative di una miriade di personaggi presentati. Se addirittura le prime due puntate impostano un ritmo lento che si pensa definirà la stagione e sarà preparatorio alla battaglia più imponente di sempre, si scopre un’accelerata improvvisa dal terzo, incredibile, episodio in poi. In questa impazienza persistente, D&D riescono a chiudere le storie di tutti i personaggi più importanti, distruggendoli sotto le macerie o rispedendoli alla Barriera, riportando alla luce un equilibrio e un senso di giustizia.

L’urgenza di dare un epilogo a una serie durata dieci anni si fa sentire

Poco prima della fine, morto un dittatore se ne fa un altro: poiché era necessario un nemico comune che potesse far risvegliare i vivi e cambiare le sorti dei Sette Regni. Infine, Il Trono della Discordia è stato distrutto a simboleggiare la morte di un potere tirannico e fonte di distruzione, per la nascita di un regno governato dalla saggezza onnisciente della storia che vede passato, presente e futuro. Tyrion riassume Game of Thrones nell’ultima puntata: non c’è nulla di più potente di una storia; ed è ciò che ha legato noi appassionati durante tutti questi anni per poter assistere a un finale perfetto, giusto ed equilibrato.

Stefano Calzati 

Come tutti i finali delle serie iconiche, anche quello di Game of Thrones è stato controverso, minato da scelte di scrittura più frettolose che discutibili, divise in sei puntate che vanno strettissime ad un epilogo così epico. Perché nei fatti, a livello puramente cinematografico, registico, questa ottava stagione è stata capace di regalare sequenze clamorose, cariche di una tensione da apnea, battiti accelerati e mani sudate. Un treno che dalla terza puntata non si è più fermato, sacrificando dialoghi e spiegazioni dettagliate per condensare e far esplodere un climax che ha accumulato energia in tutti questi anni.

Personalmente a restare impresse nella mia retina ci sono delle scene precise, nitide, indimenticabili, come istantanee che non hanno bisogno di un contesto per essere apprezzate. I Dothraki con le lame fiammeggianti che cavalcano verso l’inverno per venirne inghiottiti, l’angoscia negli occhi dei soldati che aspettano il rintocco delle campane per decretare la fine della battaglia di Approdo del Re; il suono che finalmente arriva, ammutolito dallo sguardo fiammeggiante, folle di Daenerys verso la Fortezza Rossa, che poi diventerà dolce e commovente quando finalmente si troverà davanti al Trono di Spade, accarezzato prima di andare incontro al proprio destino. I brividi nel vedere conclusa soprattutto la sua parabola, ascesa e caduta nel giro di pochi secondi, nonostante il sangue del padre nelle vene, è qualcosa che porterò per sempre nel mio bagaglio cinematografico. Se solo ci fossero state sei puntate in più…

Roberto D’Amore

Non ho iniziato dal principio a seguire Game of Thrones come molti, ma nonostante abbia recuperato solo qualche anno addietro la serie, posso dire che ho atteso spasmodicamente la fine di questo viaggio e purtroppo non posso ritenermi pienamente soddisfatto. Già i primi due episodi hanno a mio parere sofferto dell’evidente calo di qualità della scrittura della serie, ma sono comunque interessanti nel loro mettere insieme le pedine nella scacchiera dell’attesissima battaglia di Grande Inverno. Proprio questa battaglia, sebbene non priva di difetti, è riuscita nell’impresa di tenermi incollato allo schermo dall’inizio alla fine, come pochi episodi hanno saputo fare (anche se la Battaglia dei Bastardi avrà sempre un posto speciale nel mio cuore). In seguito ho iniziato invece a vedere il declino della serie, culminato proprio nel quinto episodio. Tutte le scelte di sviluppo dei personaggi e degli eventi che, anche se affrettate, avevano una sorta di senso hanno iniziato a diventare confuse e poco sensate. In particolare alcune scelte sulla gestione della follia di Daenerys, così come lo sviluppo poco ispirato delle figure di Jaime e Cersei, mi hanno portato a considerare il quinto episodio come il punto più basso dell’intera serie.

Il finale mi ha regalato invece qualche soddisfazione e qualche momento dove al contrario ho avuto desiderio di alzarmi dalla sedia e andarmene, ma in fin dei conti lo ritengo nel complesso più che accettabile. Rimane un senso di amaro in bocca per quello che sarebbe potuta essere questa conclusione se gli sceneggiatori avessero profuso maggiore impegno (e tempo) nella scrittura e nell’esplicazione di questa attesa chiusura.

Giuseppe Pirozzi

Spiazzante, deludente e globale sono i primi tre aggettivi che mi vengono in mente se ripenso a freddo alle emozioni provate nell’ultimo mese e mezzo. Dare un giudizio univoco mi è ancora impossibile a pochi giorni dalla messa in onda del finale, ripensare al commiato dei fratelli Stark divisi ancora da destini inconciliabili è una ferita che tarderà a rimarginare, che però trova parzialmente sollievo nel vedere Tyrion battibeccare come ai bei vecchi tempi con Ser Bronn sulle priorità nella ricostruzione di Approdo del Re (i bordelli ovviamente). Questa stagione è stata un saliscendi di emozioni sia in positivo che in negativo. Se da un lato ho amato il cameratismo condito da fanservice delle prime due puntate, ho provato un sincero fastidio per come la minaccia dei White Walkers sia stata liquidata fin troppo in fretta da Arya, senza tra l’altro dare ulteriori (e dovute) spiegazioni sul loro conto. La stessa Arya che ho amato nella fuga dalla furia omicida di Daenerys durante l’incredibile assalto alla capitale, scene di estremo realismo che hanno dato una carica incredibile ai due personaggi, mostrando finalmente agli spettatori la vera portata delle azioni della Madre dei Draghi. L’assedio è il vero pezzo forte e la morte di Cersei e Jaime è semplicemente azzeccata, lamentarsi di una improbabile evoluzione del cavaliere “redento” è folle, basti guardare meglio la sua storia e soprattutto l’infamia che permea Westeros. Il climax finale con Jon e Daenerys è quello che ci si aspettava maggiormente, ma in fin dei conti è un tiepido scioglimento di intreccio che vede nella distruzione del Trono di Spade la liberazione di un continente e nella successiva incoronazione di Bran lo Storpio un sensato epilogo.

Il finale di Game of Thrones segna la fine del più grande serial televisivo di sempre, un fenomeno di massa che sarà ricordato in eterno per la sua imprevedibilità e la grande scrittura dei suoi personaggi; non lo rimpiazzeremo facilmente. Menomale che HBO ha già in serbo qualche spin off.

Rosario Salatiello 

Gratitudine. Il primo sentimento che ho provato dopo aver visto l’ultima puntata di Game of Thrones è stato questo. Da lettore di vecchia data della saga di George R.R. Martin non avrei infatti mai immaginato di vederla diventare la serie che abbiamo avuto il piacere di conoscere in questi anni, accrescendo il suo valore produttivo in modo esponenziale anche tra le varie stagioni. Non dimentichiamo che all’inizio il budget non era quello raggiunto più di recente e che – tanto per fare un esempio – le battaglie ci venivano raccontate soltanto per sentito dire con stratagemmi narrativi. Al netto di quella che è stata una clamorosa accelerata nei tempi faccio fatica a comprendere le critiche fatte da qualcuno a quest’ultima stagione, nella quale sono stati messi in campo sforzi evidenti. È senza dubbio vero che il racconto avrebbe giovato di qualche tempo extra per dettagliare meglio aspetti come la discesa di Daenerys verso la follia, ma anche in occasione di questi ultimi sei episodi Game of Thrones è riuscito a elevare la televisione ai livelli del cinema sotto molteplici aspetti. Gli ultimi dieci minuti di The Long Night (non smetterò mai di dire quanto è stato bravo il compositore Ramin Djawadi) mi rimarranno impressi per sempre, così come le strade di Approdo del Re durante The Bells.

Sul canale YouTube di Game of Thrones ci sono video molto interessanti sulla realizzazione degli episodi, credo che ognuno debba guardarli per inquadrare le cose nella giusta prospettiva. Anche l’ultima puntata ci ha regalato attimi intensi, come la scena in cui le ali di Drogon si sovrappongono alle spalle di Dany e il parallelo tra gli Stark con cui si è scelto di concludere poeticamente il tutto. È stato un viaggio meraviglioso e come tale lo ricorderò, apprezzando l’opera così com’è e senza tirare in mezzo pretese che non stanno né in cielo né in terra.

Ci sono 3 commenti

Giulio Baiunco

Il problema principale che affiora leggendo le opinioni degli altri redattori è proprio la frettolosità degli sceneggiatori che ha caratterizzato questa stagione, davvero un peccato!

CastroStark

Molto molto bello tutto ciò che avete scritto e tanti punti di ciò che avete “toccato”, li trovo nei miei pensieri. Alla fine a me il finale della stagione non è dispiaciuto e sopratutto tutta la stagione in generale. In ogni caso GOT fa parte della storia della televisione e questo è un dato di fatto. Ciò che mi urta (ed è soggettivo) è il comportamento di gran parte dei fan che, credo, abbiamo esagerato nei giudizi e nelle azioni.

    sim2000dg

    Sí è decisamente passato il segno per certi comportamenti ed azioni; molti non comprendono che vedere un prodotto di intrattenimento non é tifo sportivo.

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